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Stagione 17-18 2017-10-09T11:18:00+00:00

Le città di Moncalvo e Nizza Monferrato (AT) dispongono oggi, grazie all’Associazione ARTE & TECNICA, alla fondamentale collaborazione delle amministrazioni cittadine e al sostegno prezioso di vari enti contributori, di una risorsa in grado di potenziare in modo decisivo la propria offerta artistica in una dimensione di alto miglioramento della qualità. “Le colline dei teatri” è una rete nata nella stagione teatrale invernale 2006 per ottimizzare al meglio le forze territoriali “collinari” e destinata a rafforzarsi sempre di più per costruire un progetto comune sia a livello artistico, sia a livello promozionale. La linea artistica è caratterizzata dallo “leggerezza teatrale”, attuata, in particolare, con la valorizzazione del patrimonio artistico locale, ospitando all’interno dei cartelloni le migliori compagnie teatrali piemontesi, con un occhio di riguardo alla commedia BRILLANTE contemporanea per la stagione di Nizza, al teatro classico famoso tradizionale o “rivisitato”, al TEATRO MUSICALE e alla DRAMMATURGIA CONTEMPORANEA tendenzialmente romantico brillante o “Autoriale” per Moncalvo, con la presenza di attrici e attori di fama nazionale. Il tutto supportato dall’ospitalità di alcune giovani compagnie emergenti nel panorama teatrale.

Calendario Spettacoli 2017/2018

Calendario Spettacoli
2017/2018

Stagione dialettale

“IL SIPARIETTO” DI SAN MATTEO di Moncalieri
Commedia comico brillante in due atti
Testo e regia di Gianni Chiavazza
La psicologa Lucrezia Tonello, il cui matrimonio è in fase di stanca, convince il marito Attilio Tonello, professore di Filosofia ad affittare uno spazioso alloggio a Torino in società con il suo collega Orazio Ghiberti professore di Biologia e scapolo. Orazio è da quasi due anni paziente di Lucrezia perché non ha ancora superato il trauma della perdita della mamma, entità che gli appare in segreto con regolarità esercitando ancora l’autorevolezza di quando era in vita. La psicologa impone ai due professori una collaboratrice domestica, nubile, acida con gli uomini. Nel condominio vivono una portiera molto indiscreta, il femminiello Geronimo che vive con il compagno Calogero, in conflitto con la portiera e la signora del quarto piano, mangiatrice di uomini e traditrice del marito. I due professori sono in difficoltà ma devono decidere cosa fare.

Compagnia teatrale Villarettese, di Villaretto di Roreto Chisone:
commedia brillante in due atti di Dino Belmondo;
Regia di Michele Gosso.
Il padrone di casa Giuseppe Poretti, benché si sia risposato, continua a vivere nel ricordo della prima moglie. A nulla valgono gli ammonimenti dl fratello affinchè sia più benevolo con l’attuale consorte e meno autoritario con la propria figlia, che vorrebbe fare sposare al figlio del suo socio in affari. Il clima in famiglia diventa sempre più freddo, fino a quando l’arrivo di un telegramma, che annuncia il ritorno di una persona dal passato, riscalderà l’atmosfera ed anche gli animi dei personaggi…

ASSOCIAZIONE LO SPAZIO SCENICO di Vercelli;
Commedia brillante in dialetto vercellese in due atti;
Testo e regia di Pino Marcone.
La commedia si ispira all’impresario teatrale G.Battista Facchinetti. L’opera si colloca nel periodo in cui il dialetto piemontese e lombardo avevano ancora un pubblico fluttuante, che alternava l’idioma all’italiano, a seconda delle città e dei paesi. Il dualismo linguistico è all’origine di una storia ambientata in una casa di riposo che ospita lo stesso Facchinetti, attori, attrici con il corollario di albergatori compiacenti, avvocati dalle cause perse, donne e uomini traditi dai rispettivi consorti. Il gioco degli equivoci è sempre in agguato e muove dalla vendita dell’attività dell’impresario ad un sedicente industriale appassionato di teatro. Proiezioni scenografiche propongono immagini d’epoca e scene umoristiche ad effetto.

COMPAGNIA D’LA VILA di Verzuolo.
Commedia in due atti spumeggianti liberamente adattata e diretta da Carlo Antonio Panero da “Sarto per signora” di Georges Feydeau.
Commedia delicata la cui trama amorosa, secondo lo stile del vuadeville di fine di Ottocento, assume l’aspetto di un gioco raffinato, basato sull’equivoco. Racconta le peripezie di un medico che con una moglie credulona, una cognata invadente, una cameriera impicciona, amanti presenti o passate, mariti traditi o abbandonati , cercherà di salvare il proprio matrimonio, che sembrava compromesso. Il tradimento coniugale ricercato con costanza è visto più come naturale desiderio di evasione e divertente fantasia intellettiva che puro atto passionale. Il sorriso si sposa con l’ironia.

maggiori informazioni

Stagione dialettale

“IL SIPARIETTO” DI SAN MATTEO di Moncalieri;
Commedia comico brillante in due atti;
Testo e regia di Gianni Chiavazza.
La psicologa Lucrezia Tonello, il cui matrimonio è in fase di stanca, convince il marito Attilio Tonello, professore di Filosofia ad affittare uno spazioso alloggio a Torino in società con il suo collega Orazio Ghiberti professore di Biologia e scapolo. Orazio è da quasi due anni paziente di Lucrezia perché non ha ancora superato il trauma della perdita della mamma, entità che gli appare in segreto con regolarità esercitando ancora l’autorevolezza di quando era in vita. La psicologa impone ai due professori una collaboratrice domestica, nubile, acida con gli uomini. Nel condominio vivono una portiera molto indiscreta, il femminiello Geronimo che vive con il compagno Calogero, in conflitto con la portiera e la signora del quarto piano, mangiatrice di uomini e traditrice del marito. I due professori sono in difficoltà ma devono decidere cosa fare.

Compagnia teatrale Villarettese, di Villaretto di Roreto Chisone;
commedia brillante in due atti di Dino Belmondo;
Regia di Michele Gosso.
Il padrone di casa Giuseppe Poretti, benchè si sia risposato, continua a vivere nel ricordo della prima moglie. A nulla valgono gli ammonimenti dl fratello affinchè sia più benevolo con l’attuale consorte e meno autoritario con la propria figlia, che vorrebbe fare sposare al figlio del suo socio in affari. Il clima in famiglia diventa sempre più freddo, fino a quando l’arrivo di un telegramma, che annuncia il ritorno di una persona dal passato, riscalderà l’atmosfera ed anche gli animi dei personaggi…

ASSOCIAZIONE “LO SPAZIO SCENICO” di Vercelli;
Commedia brillante in dialetto vercellese in due atti;
Testo e regia di Pino Marcone.
La commedia si ispira all’impresario teatrale G.Battista Facchinetti. L’opera si colloca nel periodo in cui il dialetto piemontese e lombardo avevano ancora un pubblico fluttuante, che alternava l’idioma all’italiano, a seconda delle città e dei paesi. Il dualismo linguistico è all’origine di una storia ambientata in una casa di riposo che ospita lo stesso Facchinetti, attori, attrici con il corollario di albergatori compiacenti, avvocati dalle cause perse, donne e uomini traditi dai rispettivi consorti. Il gioco degli equivoci è sempre in agguato e muove dalla vendita dell’attività dell’impresario ad un sedicente industriale appassionato di teatro. Proiezioni scenografiche propongono immagini d’epoca e scene umoristiche ad effetto.

COMPAGNIA “D’LA VILA” di Verzuolo
Commedia in due atti spumeggianti liberamente adattata e diretta da Carlo Antonio Panero da “Sarto per signora” di Georges Feydeau.
Commedia delicata la cui trama amorosa, secondo lo stile del vuadeville di fine di Ottocento, assume l’aspetto di un gioco raffinato, basato sull’equivoco. Racconta le peripezie di un medico che con una moglie credulona, una cognata invadente, una cameriera impicciona, amanti presenti o passate, mariti traditi o abbandonati , cercherà di salvare il proprio matrimonio, che sembrava compromesso. Il tradimento coniugale ricercato con costanza è visto più come naturale desiderio di evasione e divertente fantasia intellettiva che puro atto passionale. Il sorriso si sposa con l’ironia.

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Stagione di prosa

OGNI PARTE E’ L’INSIEME è un reading supportato dalla musica, dalla danza e dal teatro delle immagini, dove si onorano le parole di Tiziano Terzani, uno dei più grandi giornalisti e reporter italiani del ‘900.
La guerra, la vita di coppia, il dietro le quinte del mestiere di giornalista – con la drammatica esperienza di cittadino cinese accusato di spionaggio – il suo rapporto con la natura nel periodo di eremitaggio sull’Himalaya, sono gli affreschi di questo spettacolo delle emozioni e del ricordo di un personaggio ancora presente nei cuori di chi lo ha amato.
Crediti:
Ogni parte è l’insieme – Tiziano Terzani, appunti sparsi e un chitarra&voce di e con Francesco Troiano
danza: Monica Galbiati
immagini, suono e aiuto regia: Riccardo Cabrini
regia e canzoni dal vivo: Francesco Troiano
produzione: “Welcome to Cantalao”

CINZIA LEONE
In: MAMMA SEI SEMPRENEI MIEI PENSIERI. SPOSTATI!
Non tutti sanno che il distacco dal cordone ombelicale è un problema preistorico irrisolto. Cinzia Leone ha pensato di spiegarlo nel suo spettacolo dove l’attrice viene interrotta costantemente dalla madre che la chiama al telefono nel bel mezzo del suo monologo.
Protagonista di tanti spettacoli televisivi, un’attrice comica d’eccezione. Cinzia Leone ironica, istrionica, camaleontica capace di interpretare le donne della nostra attualità, di vedere la vita e la
società con ironia intelligente e pungente grazie alla capacità di saper far ridere e riflettere contemporaneamente.
[…] Quasi due ore di battute, trovate esilaranti ed ottimi tempi comici. La Leone agisce disinvolta sul palcoscenico con la padronanza ed il talento che le appartengono, interagisce con gli spettatori, tra copione scritto e improvvisazione senza lasciar intendere al pubblico dove inizia l’uno e termina l’altro. Interessante l’illuminazione delle prime file quasi a significare un abbraccio tra palco e platea: l’eliminazione della quarta parete. Tra il pubblico la suggeritrice che interagisce con Cinzia in un originale gioco comico. (Flavia Macchi – Turismo Sempione)

Una commedia ispirata al genio comico di Molière e alla letteratura di Charles Dickens che alterna una comicità schietta a momenti di semplice poetica paesana e, se da una parte ricalca i canoni della farsa dialettale piemontese, dall’altra ricorda la commedia di fine Ottocento di Feydeau, alternando colpi di scena a continui cambi di ritmo.
Un vignaiolo delle Terre Astesane è in procinto di rivoluzionare la sua azienda agricola fino ad allora impostata su metodi tradizionali.
E’ il momento di fare un balzo avanti. Il mondo corre veloce e anche lui vuole correre veloce.
Le insidie però sono in agguato: una moglie avida, consulenti disonesti, web designer improvvisati, sedicenti esperti commerciali, arrivisti senza scrupoli, enologi 2.0, artisti dell’etichetta e una pletora di questuanti pronti ad approfittare della sua buona fede lo allontanano dalla sua storia e dalla sua vera vocazione.
Sfinito cade addormentato e viene visitato da tre fantasmi… comprenderà la lezione?
Il vino è il prodotto di terra, uomo e tradizioni e come tale va rispettato, amato, compreso.
Nella prospettiva del progetto “Asti, Vino e Cultura”, questo spettacolo vuole essere testimone delle “buone pratiche” vinicole del nostro territorio e ambasciatore culturale del fare il vino all’astigiana.

“Ritmo e risate allo stato puro”
Cosa succede a un miliardario scapolo con “il vizio delle donne” se chiede a tutte di sposarlo?
E se tutte piombano a casa sua con l’intento di organizzare le nozze, ma nessuna sa dell’esistenza dell’altra?
Semplice, la tua vita è rovinata.
Da qui una serie di girandole per non far incontrare le malcapitate e, soprattutto, per non concludere alcun matrimonio.
Il tutto coinvolgendo il povero maggiordomo Ugo in un turbinio di bugie e di porte che si aprono e si chiudono.
“Se ti sposo mi rovino”, pièce spensierata e piena di ritmo, si contano oltre 400 risate in poco meno di due ore di spettacolo (una ogni 17 secondi).

Ogni sogno ha una voce precisa, e sta dentro ognuno di noi. Solo i matti, i poeti, i rivoluzionari, non smettono mai di sentirla, quella voce. E a forza di dargli retta, magari ci provano davvero a cambiarlo, il mondo.
Luglio 1878. In cima a una montagna, davanti a una folla adorante di quattromila persone, un uomo si proclama reincarnazione di Gesù Cristo. L’inizio di una rivoluzione possibile, che avrebbe potuto cambiare il corso della Storia.
Il secondo figlio di Dio è ispirato alla vicenda incredibile, ma realmente accaduta, di David Lazzaretti, detto il “Cristo dell’Amiata”.
Si racconta la grande avventura di un mistico, l’utopia di un visionario di fine Ottocento, capace di unire fede e comunità, religione e giustizia sociale.
Tra canzoni inedite e narrazione, Simone Cristicchi ricostruisce la parabola di Lazzaretti, da figlio di carrettiere a predicatore con migliaia di seguaci, e il suo sogno rivoluzionario, culminato nella realizzazione della “Società delle Famiglie Cristiane”: una società più giusta, fondata sull’istruzione, la solidarietà e l’uguaglianza. Un proto-socialismo che sposa i principi del Vangelo delle origini.
Il cantautore Cristicchi racconta l’”uomo eretico” Lazzaretti, e un piccolo lembo di Toscana (Arcidosso e la Maremma grossetana) che diventa lo scenario di una domanda più grande, universale, che riguarda ognuno di noi: la possibilità di fondare un mondo nuovo, più etico e solidale.

Nei secoli si è detto di tutto sul Misantropo, da disadattato sociale ad antieroe novecentesco, da rivoluzionario anticonformista a scemo del villaggio. Eppure, la vicenda di Alceste e del suo sforzo intransigente di andare oltre l’apparenza ci riconnette con il valore umano della comprensione. In questa nuova produzione nata in collaborazione con La Corte Ospitale, Il Mulino di Amleto scatena la sua intensa creatività per svelare tutta la contemporaneità di un grande classico.
È stato scritto che per fare il Misantropo ci vogliono “una stanza, sei sedie, tre lettere e degli stivali”. Infatti il Misantropo non ha bisogno di forme, semplificazioni o “istruzioni per l’uso” perché la sua essenza è limpida, contemporanea e dolorosa.
Il Misantropo siamo noi con la nostra costante difficoltà di incontrare l’altro di cui, però, non possiamo fare a meno. Insomma, il Misantropo è quello che siamo. Noi siamo partiti proprio da questo, anzi da quello che avevamo a disposizione per raccontare questa storia nel modo più vivo possibile. E quello che abbiamo a disposizione è il teatro. Semplicemente il teatro. Il teatro con la sua incredibile sintesi di vero e falso, di sincerità e finzione, di emozione e convenzione. Il palcoscenico e i camerini sono così diventati il luogo della nostra “favola” e gli spazi da cui partire per raccontare questa splendida commedia sulla tragedia di vivere insieme.

Siamo in manicomio in cui la normalità è più di casa che nel mondo reale ed infatti in quel luogo è tutto talmente vero che un paziente si crede Rossini e ne conosce a menadito la vita, le opere e gli amori!
Tre medici, per assecondarlo, ogni giorno recitano la stessa parte suonando, cantando ed impersonando i soggetti che hanno segnato la vita del musicista: Don Basilio, il cuoco Monsieur Careme, Madame Olympe Pelissier ed altri, dando vita così ad uno spettacolo ironico, spiritoso e divertente.
Gioacchino Rossini è un mito, un divo, il re del teatro musicale del suo tempo e dell’opera buffa. Un musicista immenso, un genio precoce, un titano di potenza e audacia, un innovatore coraggioso. Ha inventato una musica che non c’era mai stata: esplosiva, carica d’ironia, con
giochi strumentali inarrivabili.
Il suo famoso “crescendo rossiniano” è energia pura, rappresentazione della vita come ebbrezza totale. Rossini attraversa l’età di Napoleone, la Restaurazione, le lotte per la libertà e l’Italia finalmente unita. Misteriosa è la sua personalità: pigro, gaudente, collerico, creativo e facile agli amori.
Questo spettacolo ci fa scoprire molti aspetti della vita di Rossini in modo ironico, spiritoso, vivace e pungente. Gli attori ci conducono nell’affascinante mondo rossiniano con l’intento di far conoscere in maniera semplice e divertente lo spirito di questo grande artista e la geniale allegria della sua musica.

Chanson d’Amour intreccia la vicenda raccontata dal romanzo La Donna di Gilles di Madeleine Bourdouxhe, la disperazione della protagonista de La Voce Umana di J. Cocteau e il pathos raffinato e malinconico delle canzoni cantate dagli chansonnier francesi della metà del secolo scorso.
Parla di desiderio, dell’inesorabilità delle sue leggi, capace di condurre anche i personaggi “semplici” che caratterizzano la storia verso scelte inusuali che, a freddo, si fa fatica a condividere, ma che intuiamo essere per chiunque possibili e verosimili; parla di dipendenza amorosa, trovando però il coraggio di legittimarla e di mostrarne la forza trasgressiva e la sua etica divergente; soprattutto, Chanson d’amour non fornisce risposte, mostra la vicenda dei protagonisti del romanzo della Bourdouxhe – in parte autobiografico – con la sola intenzione di manifestare, senza filtri, l’emotività dei suoi personaggi coinvolti sempre più profondamente in una vicenda che, a tratti, permette un po’ a tutti di riconoscersi.
Claudio Ottavi Fabbrianesi, regista dello spettacolo, racconta: “quando domandai a Gaetano Renda – produttore dello spettacolo – perché lo vuoi produrre?”, mi rispose: “ci penso da anni, amo profondamente il libro La Donna Di Gilles che regalo in ogni occasione, ci trovo tutti gli elementi del romanzo popolare in cui ognuno ha la possibilità di ritrovarsi. Avrà successo e sei tu il regista che ho scelto”.
In scena Patrizia Scianca, Gianluca Iacono, Federica Valenti – oltre che attori, voci note del doppiaggio torinese e milanese – Cristina Renda e Roberto Bertulli, personaggio muto, curatore ed esecutore dal vivo della colonna sonora dello spettacolo – delicata e quasi onnipresente – e accompagnatore delle canzoni del repertorio francese dell’epoca, che forniscono al racconto un efficace contrappunto narrativo. Il lavoro sulla drammaturgia eredita il suo impianto dalla Voce umana – che restituisce la narrazione allo schema delle unità aristoteliche e di cui è utilizzato parte del testo in alcuni brevi momenti – e concentra la vicenda nell’ambito di una telefonata, interrotta in più riprese e foriera di ricordi. Il plot è quello di un ménage à trois in cui Gilles (Gianluca Iacono) – un operaio delle fonderie della Liegi operaia che fa da sfondo alla vicenda – si innamora segretamente di Victorine (Cristina Renda) sorella più giovane di sua moglie Eliza (Patrizia Scianca). Quando la protagonista scopre il tradimento invece di punire il marito o di chiedergli spiegazioni, asseconda il suo amore per la sorella, sperando che l’uomo torni a riscoprirla e ad amarla come una volta. Ma la passione di Gilles degenera ed Eliza si ritrova a confortare il marito e a sostenerlo, diventando la confidente dei tradimenti che lei stessa subisce. Le conseguenze drammatiche di queste scelte sono riflesse nello sguardo ormai perso nel vuoto dell’istanza reale di Eliza (Federica Valenti) unico personaggio reale di una storia proiettata in scena dalla luce delicata del ricordo.

Un giovane segretamente innamorato pazzo della nonna le dona un pacco e scappa via.
La nonna lo apre e vi scorge un completo intimo, una vera strenna per sciantose del Moulin Rouge.
Un dolore nell’anima acutissimo, lento, gotico e un mostruoso vortice di sofferenza si trasformano poi in un’effervescenza assai pruriginosa che spinge nonna Ebe a indossare mutandine, reggiseno e giarrettiera. Ed ecco che, magia!, si scopre tornata giovane e bella!
E’ vecchio come il cuculo accarezzare l’incauto mito dell’eterna bellezza e giovinezza (Ebe, in greco, significa giovinezza).
E poi? Questa è domanda che sempre si impone quando siamo di fronte a imprese importanti, figuriamoci poi ad un evento così miracoloso. Appunto. Che si può prevedere?
Leibniz soleva dire, appetto a problemi intricati, “calculemus” (calcoliamo).
Qui non lo si può fare. Dunque, è lecito scommettere. Che dite? Scommettiamo?
Pellegrino DELFINO

Questo brillantissimo capolavoro goldoniano, andato in scena al teatro Sant’Angelo di Venezia il 26 dicembre 1752, narra l’avventura di Mirandolina, serva e padrona al tempo stesso di una locanda fiorentina. Mirandolina è un’ottima locandiera; oggi, la definiremmo una capace donna-manager.
Intorno a Mirandolina, ecco una galleria di personaggi spassosissimi: il Conte parvenu e spendaccione; il Marchese spocchioso visionario d’una antica ricchezza e d’una presente, inutile nobiltà; il Cavaliere misogino ma più di ogni altro ingenuo e Fabrizio, sinceramente innamorato.
La Locandiera ci offre uno dei primi veri ritratti teatrali di donna «moderna», affidato a Miriam Mesturino, accreditata e vibrante interprete dei capolavori goldoniani.
Torino Spettacoli porta avanti la ricerca sull’opera di Carlo Goldoni che, partendo dalla Pamela, ha permesso di sviluppare in questi anni il progetto Goldoni a Torino, ideato da Germana Erba e Enrico Fasella, articolato nell’omonimo convegno, incontri e giornate di studio e nella produzione di diversi titoli.

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Stagione di prosa

OGNI PARTE È L’INSIEME è un reading supportato dalla musica, dalla danza e dal teatro delle immagini, dove si onorano le parole di Tiziano Terzani, uno dei più grandi giornalisti e reporter italiani del ‘900.
La guerra, la vita di coppia, il dietro le quinte del mestiere di giornalista – con la drammatica esperienza di cittadino cinese accusato di spionaggio – il suo rapporto con la natura nel periodo di eremitaggio sull’Himalaya, sono gli affreschi di questo spettacolo delle emozioni e del ricordo di un personaggio ancora presente nei cuori di chi lo ha amato.
Crediti:
Ogni parte è l’insieme – Tiziano Terzani, appunti sparsi e un chitarra&voce di e con Francesco Troiano
danza: Monica Galbiati
immagini, suono e aiuto regia: Riccardo Cabrini
regia e canzoni dal vivo: Francesco Troiano
produzione: “Welcome to Cantalao”

CINZIA LEONE
In: MAMMA SEI SEMPRENEI MIEI PENSIERI. SPOSTATI!
Non tutti sanno che il distacco dal cordone ombelicale è un problema preistorico irrisolto. Cinzia Leone ha pensato di spiegarlo nel suo spettacolo dove l’attrice viene interrotta costantemente dalla madre che la chiama al telefono nel bel mezzo del suo monologo.
Protagonista di tanti spettacoli televisivi, un’attrice comica d’eccezione. Cinzia Leone ironica, istrionica, camaleontica capace di interpretare le donne della nostra attualità, di vedere la vita e la
società con ironia intelligente e pungente grazie alla capacità di saper far ridere e riflettere contemporaneamente.
[…] Quasi due ore di battute, trovate esilaranti ed ottimi tempi comici. La Leone agisce disinvolta sul palcoscenico con la padronanza ed il talento che le appartengono, interagisce con gli spettatori, tra copione scritto e improvvisazione senza lasciar intendere al pubblico dove inizia l’uno e termina l’altro. Interessante l’illuminazione delle prime file quasi a significare un abbraccio tra palco e platea: l’eliminazione della quarta parete. Tra il pubblico la suggeritrice che interagisce con Cinzia in un originale gioco comico. (Flavia Macchi – Turismo Sempione)

Una commedia ispirata al genio comico di Molière e alla letteratura di Charles Dickens che alterna una comicità schietta a momenti di semplice poetica paesana e, se da una parte ricalca i canoni della farsa dialettale piemontese, dall’altra ricorda la commedia di fine Ottocento di Feydeau, alternando colpi di scena a continui cambi di ritmo.
Un vignaiolo delle Terre Astesane è in procinto di rivoluzionare la sua azienda agricola fino ad allora impostata su metodi tradizionali.
E’ il momento di fare un balzo avanti. Il mondo corre veloce e anche lui vuole correre veloce.
Le insidie però sono in agguato: una moglie avida, consulenti disonesti, web designer improvvisati, sedicenti esperti commerciali, arrivisti senza scrupoli, enologi 2.0, artisti dell’etichetta e una pletora di questuanti pronti ad approfittare della sua buona fede lo allontanano dalla sua storia e dalla sua vera vocazione.
Sfinito cade addormentato e viene visitato da tre fantasmi… comprenderà la lezione?
Il vino è il prodotto di terra, uomo e tradizioni e come tale va rispettato, amato, compreso.
Nella prospettiva del progetto “Asti, Vino e Cultura”, questo spettacolo vuole essere testimone delle “buone pratiche” vinicole del nostro territorio e ambasciatore culturale del fare il vino all’astigiana.

“Ritmo e risate allo stato puro”
Cosa succede a un miliardario scapolo con “il vizio delle donne” se chiede a tutte di sposarlo?
E se tutte piombano a casa sua con l’intento di organizzare le nozze, ma nessuna sa dell’esistenza dell’altra?
Semplice, la tua vita è rovinata.
Da qui una serie di girandole per non far incontrare le malcapitate e, soprattutto, per non concludere alcun matrimonio.
Il tutto coinvolgendo il povero maggiordomo Ugo in un turbinio di bugie e di porte che si aprono e si chiudono.
“Se ti sposo mi rovino”, pièce spensierata e piena di ritmo, si contano oltre 400 risate in poco meno di due ore di spettacolo (una ogni 17 secondi).

Ogni sogno ha una voce precisa, e sta dentro ognuno di noi. Solo i matti, i poeti, i rivoluzionari, non smettono mai di sentirla, quella voce. E a forza di dargli retta, magari ci provano davvero a cambiarlo, il mondo.
Luglio 1878. In cima a una montagna, davanti a una folla adorante di quattromila persone, un uomo si proclama reincarnazione di Gesù Cristo. L’inizio di una rivoluzione possibile, che avrebbe potuto cambiare il corso della Storia.
Il secondo figlio di Dio è ispirato alla vicenda incredibile, ma realmente accaduta, di David Lazzaretti, detto il “Cristo dell’Amiata”.
Si racconta la grande avventura di un mistico, l’utopia di un visionario di fine Ottocento, capace di unire fede e comunità, religione e giustizia sociale.
Tra canzoni inedite e narrazione, Simone Cristicchi ricostruisce la parabola di Lazzaretti, da figlio di carrettiere a predicatore con migliaia di seguaci, e il suo sogno rivoluzionario, culminato nella realizzazione della “Società delle Famiglie Cristiane”: una società più giusta, fondata sull’istruzione, la solidarietà e l’uguaglianza. Un proto-socialismo che sposa i principi del Vangelo delle origini.
Il cantautore Cristicchi racconta l’”uomo eretico” Lazzaretti, e un piccolo lembo di Toscana (Arcidosso e la Maremma grossetana) che diventa lo scenario di una domanda più grande, universale, che riguarda ognuno di noi: la possibilità di fondare un mondo nuovo, più etico e solidale.

Nei secoli si è detto di tutto sul Misantropo, da disadattato sociale ad antieroe novecentesco, da rivoluzionario anticonformista a scemo del villaggio. Eppure, la vicenda di Alceste e del suo sforzo intransigente di andare oltre l’apparenza ci riconnette con il valore umano della comprensione. In questa nuova produzione nata in collaborazione con La Corte Ospitale, Il Mulino di Amleto scatena la sua intensa creatività per svelare tutta la contemporaneità di un grande classico.
È stato scritto che per fare il Misantropo ci vogliono “una stanza, sei sedie, tre lettere e degli stivali”. Infatti il Misantropo non ha bisogno di forme, semplificazioni o “istruzioni per l’uso” perché la sua essenza è limpida, contemporanea e dolorosa.
Il Misantropo siamo noi con la nostra costante difficoltà di incontrare l’altro di cui, però, non possiamo fare a meno. Insomma, il Misantropo è quello che siamo. Noi siamo partiti proprio da questo, anzi da quello che avevamo a disposizione per raccontare questa storia nel modo più vivo possibile. E quello che abbiamo a disposizione è il teatro. Semplicemente il teatro. Il teatro con la sua incredibile sintesi di vero e falso, di sincerità e finzione, di emozione e convenzione. Il palcoscenico e i camerini sono così diventati il luogo della nostra “favola” e gli spazi da cui partire per raccontare questa splendida commedia sulla tragedia di vivere insieme.

Siamo in manicomio in cui la normalità è più di casa che nel mondo reale ed infatti in quel luogo è tutto talmente vero che un paziente si crede Rossini e ne conosce a menadito la vita, le opere e gli amori!
Tre medici, per assecondarlo, ogni giorno recitano la stessa parte suonando, cantando ed impersonando i soggetti che hanno segnato la vita del musicista: Don Basilio, il cuoco Monsieur Careme, Madame Olympe Pelissier ed altri, dando vita così ad uno spettacolo ironico, spiritoso e divertente.
Gioacchino Rossini è un mito, un divo, il re del teatro musicale del suo tempo e dell’opera buffa. Un musicista immenso, un genio precoce, un titano di potenza e audacia, un innovatore coraggioso. Ha inventato una musica che non c’era mai stata: esplosiva, carica d’ironia, con
giochi strumentali inarrivabili.
Il suo famoso “crescendo rossiniano” è energia pura, rappresentazione della vita come ebbrezza totale. Rossini attraversa l’età di Napoleone, la Restaurazione, le lotte per la libertà e l’Italia finalmente unita. Misteriosa è la sua personalità: pigro, gaudente, collerico, creativo e facile agli amori.
Questo spettacolo ci fa scoprire molti aspetti della vita di Rossini in modo ironico, spiritoso, vivace e pungente. Gli attori ci conducono nell’affascinante mondo rossiniano con l’intento di far conoscere in maniera semplice e divertente lo spirito di questo grande artista e la geniale allegria della sua musica.

Chanson d’Amour intreccia la vicenda raccontata dal romanzo La Donna di Gilles di Madeleine Bourdouxhe, la disperazione della protagonista de La Voce Umana di J. Cocteau e il pathos raffinato e malinconico delle canzoni cantate dagli chansonnier francesi della metà del secolo scorso.
Parla di desiderio, dell’inesorabilità delle sue leggi, capace di condurre anche i personaggi “semplici” che caratterizzano la storia verso scelte inusuali che, a freddo, si fa fatica a condividere, ma che intuiamo essere per chiunque possibili e verosimili; parla di dipendenza amorosa, trovando però il coraggio di legittimarla e di mostrarne la forza trasgressiva e la sua etica divergente; soprattutto, Chanson d’amour non fornisce risposte, mostra la vicenda dei protagonisti del romanzo della Bourdouxhe – in parte autobiografico – con la sola intenzione di manifestare, senza filtri, l’emotività dei suoi personaggi coinvolti sempre più profondamente in una vicenda che, a tratti, permette un po’ a tutti di riconoscersi.
Claudio Ottavi Fabbrianesi, regista dello spettacolo, racconta: “quando domandai a Gaetano Renda – produttore dello spettacolo – perché lo vuoi produrre?”, mi rispose: “ci penso da anni, amo profondamente il libro La Donna Di Gilles che regalo in ogni occasione, ci trovo tutti gli elementi del romanzo popolare in cui ognuno ha la possibilità di ritrovarsi. Avrà successo e sei tu il regista che ho scelto”.
In scena Patrizia Scianca, Gianluca Iacono, Federica Valenti – oltre che attori, voci note del doppiaggio torinese e milanese – Cristina Renda e Roberto Bertulli, personaggio muto, curatore ed esecutore dal vivo della colonna sonora dello spettacolo – delicata e quasi onnipresente – e accompagnatore delle canzoni del repertorio francese dell’epoca, che forniscono al racconto un efficace contrappunto narrativo. Il lavoro sulla drammaturgia eredita il suo impianto dalla Voce umana – che restituisce la narrazione allo schema delle unità aristoteliche e di cui è utilizzato parte del testo in alcuni brevi momenti – e concentra la vicenda nell’ambito di una telefonata, interrotta in più riprese e foriera di ricordi. Il plot è quello di un ménage à trois in cui Gilles (Gianluca Iacono) – un operaio delle fonderie della Liegi operaia che fa da sfondo alla vicenda – si innamora segretamente di Victorine (Cristina Renda) sorella più giovane di sua moglie Eliza (Patrizia Scianca). Quando la protagonista scopre il tradimento invece di punire il marito o di chiedergli spiegazioni, asseconda il suo amore per la sorella, sperando che l’uomo torni a riscoprirla e ad amarla come una volta. Ma la passione di Gilles degenera ed Eliza si ritrova a confortare il marito e a sostenerlo, diventando la confidente dei tradimenti che lei stessa subisce. Le conseguenze drammatiche di queste scelte sono riflesse nello sguardo ormai perso nel vuoto dell’istanza reale di Eliza (Federica Valenti) unico personaggio reale di una storia proiettata in scena dalla luce delicata del ricordo.

Un giovane segretamente innamorato pazzo della nonna le dona un pacco e scappa via.
La nonna lo apre e vi scorge un completo intimo, una vera strenna per sciantose del Moulin Rouge.
Un dolore nell’anima acutissimo, lento, gotico e un mostruoso vortice di sofferenza si trasformano poi in un’effervescenza assai pruriginosa che spinge nonna Ebe a indossare mutandine, reggiseno e giarrettiera. Ed ecco che, magia!, si scopre tornata giovane e bella!
E’ vecchio come il cuculo accarezzare l’incauto mito dell’eterna bellezza e giovinezza (Ebe, in greco, significa giovinezza).
E poi? Questa è domanda che sempre si impone quando siamo di fronte a imprese importanti, figuriamoci poi ad un evento così miracoloso. Appunto. Che si può prevedere?
Leibniz soleva dire, appetto a problemi intricati, “calculemus” (calcoliamo).
Qui non lo si può fare. Dunque, è lecito scommettere. Che dite? Scommettiamo?
Pellegrino DELFINO

Questo brillantissimo capolavoro goldoniano, andato in scena al teatro Sant’Angelo di Venezia il 26 dicembre 1752, narra l’avventura di Mirandolina, serva e padrona al tempo stesso di una locanda fiorentina. Mirandolina è un’ottima locandiera; oggi, la definiremmo una capace donna-manager.
Intorno a Mirandolina, ecco una galleria di personaggi spassosissimi: il Conte parvenu e spendaccione; il Marchese spocchioso visionario d’una antica ricchezza e d’una presente, inutile nobiltà; il Cavaliere misogino ma più di ogni altro ingenuo e Fabrizio, sinceramente innamorato.
La Locandiera ci offre uno dei primi veri ritratti teatrali di donna «moderna», affidato a Miriam Mesturino, accreditata e vibrante interprete dei capolavori goldoniani.
Torino Spettacoli porta avanti la ricerca sull’opera di Carlo Goldoni che, partendo dalla Pamela, ha permesso di sviluppare in questi anni il progetto Goldoni a Torino, ideato da Germana Erba e Enrico Fasella, articolato nell’omonimo convegno, incontri e giornate di studio e nella produzione di diversi titoli.

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Nizza Monferrato

mortimer e vanda

Mortimer è un direttore d’orchestra che, all’apice della carriera, abbandona improvvisamente il successo e va a vivere in un rudere di campagna, tagliando i ponti con il mondo. A riportarlo nella società dei “normali”, arriva un giorno una psicologa: Wanda, studiosa dallo spirito ingenuo. Wanda, facilmente impressionabile e piena di nevrosi metropolitane, sembrerebbe la persona meno adatta alla grande missione. Anche perché il suo avversario, da tutti creduto un pazzo, non ha nessuna intenzione di rivelare la ragione del suo isolamento. È la guerra. Mortimer ha un arsenale più attrezzato: il cinismo
lo rende invulnerabile, il narcisismo riempie i vuoti lasciati dall’abbandono delle cose; ha la superiorità del genio e la forza della disperazione. Wanda, vissuta sempre tra i libri, è più disadattata del suo stesso paziente. Non ha difese. Per lei non c’è strategia. Per lei il nemico non esiste. Esiste solo un uomo che sta sprecando la sua vita. E questo lei non lo può sopportare. Si scoprirà alla fine perché un uomo che incantava le folle ha rinunciato al successo? Ma certo. Noi non vi roviniamo la sorpresa…

Voci, soltanto voci, senza bisogno d’altro: accompagnamenti strumentali qui non ne servono. Voci che scioglieranno ogni dubbio sulla bellezza e sul valore squisitamente musicale delle canzoni, le melodie dei Beatles, di Billy Joel, Duke Ellington, passando anche da una hit quale Banane e lampone. Canzoni che hanno un posto preciso fra le nostre corde – tasselli di una storia della musica, a torto considerata “minore” – e gesti creativi che nella trascrizione per sole voci ci daranno occasione di cogliere nuove sfumature, e certamente di sorridere e ricordare.
Sono ondate di pittura fresca, dalle timbriche smaglianti, dotate talvolta d’ironia sagace, come nei brani firmati Lennon-McCartney, Ob-La-Di, Ob-La-Da (1968) e When I’m Sixty-Fou. Con Banane e lampone (1992) – un esilarante cocktail di disco-music e ballabile casalingo portato da Gianni Morandi in vetta alle classifiche – le SoleVoci cambiano registro. Poi tocca alle insidie sentimentali di due brani come Michelle e Penny Lane. Agli inizi del Novecento la Chanson attraversa l’oceano, contaminando titolo francese e testo inglese della Chanson d’amour di Shanklin, resa poi famosa in Europa dai Manhattan Transfer. Un tuffo improvviso e ci ritroviamo nello spiritual Down to
the River to Pray. Poi, in mezzo a tanti altri, A Groovy Kind of Love (Un amore favoloso), una ballata romantica di cui è celebre la versione di Phil Collins, inclusa nella colonna sonora del film Buster. Ancora Yesterday la «canzone più bella del ventesimo secolo» secondo la Bbc, «di tutti i tempi.Il programma si conclude con Seaside Rendezvous, un brano di Freddie Mercury che ironicamente ci conduce, attraverso una dolcissima storia d’amore balneare, alle atmosfere ritmate e spensierate della Belle-Époque.

come giselle

Grazie alla generosa concessione delle coreografie di Mats Ek, Pompea Santoro danzatrice storica dello stesso e sua assistente mette in scena una “suite” di uno dei balletti più famosi nella storia della danza. La Giselle di Mats Ek è stata presentata per la prima volta nel 1982, si è rivelata in tutta la sua grandiosità un successo Mondiale. La critica, pur riconoscendo all’unanimità tale lavoro come un capolavoro, gli rimproverò di aver abbandonato i temi impegnativi in favore delle favole; e tuttavia la sua Giselle non è affatto un’opera disimpegnata. In questo balletto Mats focalizza l’attenzione sugli esseri umani, scavando nei loro pensieri e sentimenti, analizzando le loro caratteristiche psicologiche, i loro comportamenti, il loro modo di relazionarsi. Di Giselle, una pietra miliare del balletto classico, egli dà una sua personalissima e quasi rivoluzionaria lettura, in cui la protagonista è una fanciulla di paese, incapace di controllare gli istinti e le emozioni, così vive senza pudori e senza riserve. Il 2° atto non è ambientato in un bosco incantato, come la Giselle ottocentesca, ma in un ospedale psichiatrico, non ci sono le vendicative Willi in tutù bianco, ma donne in camicia di forza e le anime delle Willi diventano donne ferite.
Giselle è messa di fronte ad una scelta e trova la forza di accettare la propria condizione attraverso la sofferenza delle altre donne.

Queste pazze donne è uno sguardo autentico, divertente, sensuale, brillante e disincantato sul mondo femminile dove gli uomini possono ascoltare cosa le donne dicono di loro, tra di loro. È la Vigilia di Natale e tre donne sole, tre donne come tante, tre donne piene di storie d’amore, diverse sia nel temperamento che nella vita, cercano di far luce sulla loro confusa realtà sentimentale. Gli uomini sono fuori, girano intorno a loro come satelliti di un pianeta. Linda ne ha troppi, Cristina nessuno, Barbara uno solo, il marito, che l’ha pure tradita. Scontente, arrabbiate, indecise, volitive cercano una risposta alla fatale domanda “che fare?” E la risposta bussa alla porta o per meglio dire si agita nella pancia…
Grazie alle suggestioni cinematografiche ricreate dalla scenografia e dal linguaggio, la commedia, macchina comica perfetta, si sviluppa sull’alternanza di racconto tra presente e passato, dentro e fuori, riuscendo a divertire e a far riflettere allo stesso tempo.

Il titolo di questa riscrittura della celebre commedia di Aristofane prende il nome dal dio greco della ricchezza, Pluto; il tema trattato è la diseguale distribuzione del denaro tra gli uomini, movente principale delle azioni umane oggi, come, evidentemente, 2.400 anni fa, quando fu scritta. L’ateniese Cremilo – accompagnato dal suo “tuttofare” Carione – si reca a Delfi per chiedere al celebre oracolo se è bene educare il figlio all’onestà, condannandolo quasi
certamente a un futuro da povero, oppure tirarlo su da mascalzone, con buone speranze di una vita all’insegna del benessere. Per tutta risposta, l’oracolo impone a Cremilo di seguire la prima persona che incontrerà all’uscita dal tempio. Caso vuole che i due si imbattano in uno straccione cieco, che ben presto si rivelerà essere nientemeno che Pluto, dio della ricchezza. Nella convinzione che la disomogenea distribuzione del denaro derivi dalla cecità del dio, Cremilo si offre di ridargli la vista, in modo che Pluto possa finalmente distinguere tra onesti e disonesti e premiare solo i primi. La Povertà in persona tenta di dissuaderlo, suggerendo che è proprio lo stato di necessità a spingere gli uomini a lavorare ed impegnarsi, mentre l’agiatezza, al contrario, li rende pigri e mollaccioni. Cremilo e Carione non le danno però ascolto e fanno recuperare la vista a Pluto grazie all’intervento miracoloso di un improbabile medico-santone.
Le conseguenze capovolgeranno il mondo senza risolvere minimamente il problema… La commedia, agile, divertente, graffiante, è degna del miglior Aristofane e grazie ad una rielaborazione in chiave allegorica offre esilaranti spunti di riflessione sulla situazione economica del nostro paese, del continente e del pianeta intero. Si ride fino alle lacrime!

Paralisi… ad aria condizionata.
Che fare quando ci si trova rinchiusi per giorni in una suite all’ottantesimo piano di un hotel di lusso con porta inapribile, facciata a vetri ermetici e senza che nessuno alla reception risponda alle telefonate?
Un uomo e una donna, imprigionati e prigionieri, ostaggio di un’aria condizionata, balorda e vigliacca, che ha libito di chissà quali forze oscure e maligne, eroga ora gelo siberiano ora caldo sahariano per infine quietarsi.
E’ urgente un’idea per riuscire a cavarsela prima che il cibo in scatola finisca e riduca entrambi allo stremo delle forze e della vita.
Battute al vetriolo e voli pindarici condurranno i due protagonisti al loro inevitabile destino.

boomerang

Un casale in campagna. I componenti di una famiglia bloccati a causa di una grande nevicata. Due giorni in attesa di poter celebrare il funerale del padre patriarca. Il passato che riemerge attraverso inattesi e comici scontri. Una storia che affronta temi attuali e toccanti attraverso le contraddizioni dell’essere umano. Il boomerang è un’arma da lancio usata dagli aborigeni per la caccia. Percorre una traiettoria curva e può tornare alla persona che l’ha lanciato e, per questo, rappresenta anche un “pericolo” per il lanciatore. Nei cartoni animati spesso il lanciatore deve mettersi comicamente in fuga a causa del
minaccioso ritorno. Boomerang è una commedia divertente e scorretta che prende di mira la principale istituzione della nostra società borghese: la famiglia. Tutta la vicenda si svolge durante una veglia funebre forzata e prolungata e che va a colpire gli stereotipi del perbenismo famigliare sfociando in un caos irriverente tipico della black comedy. Tutti i componenti del nucleo famigliare sono portatori di un problema che confligge con le necessità degli altri: interessi economici e sentimentali, antichi rancori, segreti vecchi e nuovi, tradimenti e bugie, affetti e insofferenze… La famiglia diventa così molto simile al paese in cui viviamo, i difetti del microcosmo sono metaforicamente estendibili a quelli della società, e l’individualismo prende il sopravvento sul bene comune. Diverse forme di corruzione nascono con un innocente pranzo tra le quattro mura domestiche e si propagano poi nel mondo del lavoro, della finanza e della politica. La famiglia opera tra le pieghe della società con la benedizione di chi la reputa sacra e inviolabile. In essa si creano percorsi in grado di consolidare la forza, il prestigio, la ricchezza e il potere. Quasi sempre però, quando tutto svanisce o crolla, le falle che si aprono, coinvolgono altri settori, altri contesti e altri interessi. Ed è in quel momento che il Boomerang ritorna e si abbatte sui protagonisti e sui loro intrighi. In quei casi allora tutto è valido e si ricorre all’uso di ogni arma a disposizione per non crollare da soli minacciando di trascinare nella caduta anche tutti coloro che hanno partecipato ai privilegi del passato.

non mi hai mai detto

Dopo vent’anni Lorella Cuccarini e Giampiero Ingrassia, la coppia straordinaria del musical Grease, torna insieme per la prima volta in uno spettacolo di prosa scritto e diretto da Gabriele Pignotta Non mi hai più detto ti amo. Una commedia ironica, intelligente, appassionante, cucita addosso a due protagonisti istrionici, esilaranti e straordinariamente affiatati.
La famiglia è ancora il cardine della società e il nostro punto di riferimento assoluto? Come si stanno evolvendo le famiglie alla luce delle trasformazioni sociali, politiche ed economiche in atto?
E’ questo il tema attualissimo sul quale nasce e si sviluppa questa sorprendente commedia, che narra la storia di una famiglia italiana contemporanea, costretta ad affrontare un cambiamento traumatico improvviso e che, alla fine di un percorso difficile ed intenso, si ritroverà completamente trasformata e più solida.

tutti i colori del bianco

Interno di uno studio. L’ambiente è asettico, tipico di una sala d’attesa qualunque, dove le persone si incontrano senza conoscersi mai. Andrea è solo nella stanza. Indossa un abito elegante, blu scuro. Legge una rivista senza avere voglia di leggere. Si accarezza spesso i capelli. Poi, riprende a muovere la mano sulla testa. Guarda l’orologio. Si apre la porta e entra una donna. È Alice. Alta, molto bella. Indossa abiti colorati e vagamente hippie, stivali dal tacco basso. Guarda Andrea, che non restituisce lo sguardo e continua a leggere. Se in quella sala d’aspetto ci fossero altri occhi a osservare, penserebbero che non esistono al mondo due persone più diverse tra loro. Due persone, un uomo e una donna. Due sconosciuti. O forse no. Sono diversi come il buio e la luce, eppure entrambi hanno dentro sia il giorno che la notte, un passato di inciampi, dolori da cancellare e misteri da risolvere. Si spostano in una casa dove da anni non entra più nessuno, perché anche loro devono scrollarsi di dosso la polvere. E, incredibilmente, anche quella casa diventa una sala d’aspetto, ad attendere l’arrivo di Pam, la giovane fidanzata di Andrea. In una notte lunga chilometri accade di tutto fino a quando sarà chiaro a ognuno che niente potrà più essere come prima. Una strana commedia, perché strana è la vita, dove tutto accade nei dialoghi e vai a sapere se è vero quel che si dice o se tutto è burla. Un gioco dove si ride molto, ma dove la paura è sempre dietro l’angolo, perché niente è come sembra e lo spettatore non può sentirsi mai al sicuro, sospeso com’è tra divertimento e dramma. Tra continui colpi di scena, si procede verso il finale. Ammesso ci sia un finale, in questo gioco di specchi che rimanda immagini del passato e schegge di futuro, ma dove il futuro a volte si nasconde come in un gioco d’infanzia e a volte taglia come lama di rasoio.

carlo e ettore

La storia La vita di una famiglia, attraverso gli ultimi 70 anni della nostra storia nazionale. Ettore, il padre: è un ex partigiano che, finita la guerra, vive ricattando gli ex fascisti, pistola alla mano. Maria, la madre: quando Ettore la incontra, nel 1946, fa la prostituta in una casa chiusa di Torino. Il loro amore, la passione di Maria per il cinema e la letteratura, le loro lotte, i loro vecchi mestieri e quelli nuovi, il loro riscatto sociale… una storia piccola e paradigmatica, però, del tentativo nella grande storia, di formare una società civile capace di un rapporto maturo con il potere politico. Che cosa resta di quel tentativo? La risposta spetta a Carlo, figlio di Ettore e Maria, la cui vicenda affonda le radici nel presente
che viviamo e nei settant’anni che lo precedono. Un intreccio di biografie di pura invenzione che lascia emergere la nascita e storia della Repubblica Italiana. Un racconto che, evocando la storia di Italia dal 1945 a oggi, intende farsi strumento di ricordo, ma anche di apprendimento, sogno, coraggio, pensiero e azione.

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mortimer e vanda

Mortimer è un direttore d’orchestra che, all’apice della carriera, abbandona improvvisamente il successo e va a vivere in un rudere di campagna, tagliando i ponti con il mondo. A riportarlo nella società dei “normali”, arriva un giorno una psicologa: Wanda, studiosa dallo spirito ingenuo. Wanda, facilmente impressionabile e piena di nevrosi metropolitane, sembrerebbe la persona meno adatta alla grande missione. Anche perché il suo avversario, da tutti creduto un pazzo, non ha nessuna intenzione di rivelare la ragione del suo isolamento. È la guerra. Mortimer ha un arsenale più attrezzato: il cinismo
lo rende invulnerabile, il narcisismo riempie i vuoti lasciati dall’abbandono delle cose; ha la superiorità del genio e la forza della disperazione. Wanda, vissuta sempre tra i libri, è più disadattata del suo stesso paziente. Non ha difese. Per lei non c’è strategia. Per lei il nemico non esiste. Esiste solo un uomo che sta sprecando la sua vita. E questo lei non lo può sopportare. Si scoprirà alla fine perché un uomo che incantava le folle ha rinunciato al successo? Ma certo. Noi non vi roviniamo la sorpresa…

Voci, soltanto voci, senza bisogno d’altro: accompagnamenti strumentali qui non ne servono. Voci che scioglieranno ogni dubbio sulla bellezza e sul valore squisitamente musicale delle canzoni, le melodie dei Beatles, di Billy Joel, Duke Ellington, passando anche da una hit quale Banane e lampone. Canzoni che hanno un posto preciso fra le nostre corde – tasselli di una storia della musica, a torto considerata “minore” – e gesti creativi che nella trascrizione per sole voci ci daranno occasione di cogliere nuove sfumature, e certamente di sorridere e ricordare.
Sono ondate di pittura fresca, dalle timbriche smaglianti, dotate talvolta d’ironia sagace, come nei brani firmati Lennon-McCartney, Ob-La-Di, Ob-La-Da (1968) e When I’m Sixty-Fou. Con Banane e lampone (1992) – un esilarante cocktail di disco-music e ballabile casalingo portato da Gianni Morandi in vetta alle classifiche – le SoleVoci cambiano registro. Poi tocca alle insidie sentimentali di due brani come Michelle e Penny Lane. Agli inizi del Novecento la Chanson attraversa l’oceano, contaminando titolo francese e testo inglese della Chanson d’amour di Shanklin, resa poi famosa in Europa dai Manhattan Transfer. Un tuffo improvviso e ci ritroviamo nello spiritual Down to
the River to Pray. Poi, in mezzo a tanti altri, A Groovy Kind of Love (Un amore favoloso), una ballata romantica di cui è celebre la versione di Phil Collins, inclusa nella colonna sonora del film Buster. Ancora Yesterday la «canzone più bella del ventesimo secolo» secondo la Bbc, «di tutti i tempi.Il programma si conclude con Seaside Rendezvous, un brano di Freddie Mercury che ironicamente ci conduce, attraverso una dolcissima storia d’amore balneare, alle atmosfere ritmate e spensierate della Belle-Époque.

come giselle

Grazie alla generosa concessione delle coreografie di Mats Ek, Pompea Santoro danzatrice storica dello stesso e sua assistente mette in scena una “suite” di uno dei balletti più famosi nella storia della danza. La Giselle di Mats Ek è stata presentata per la prima volta nel 1982, si è rivelata in tutta la sua grandiosità un successo Mondiale. La critica, pur riconoscendo all’unanimità tale lavoro come un capolavoro, gli rimproverò di aver abbandonato i temi impegnativi in favore delle favole; e tuttavia la sua Giselle non è affatto un’opera disimpegnata. In questo balletto Mats focalizza l’attenzione sugli esseri umani, scavando nei loro pensieri e sentimenti, analizzando le loro caratteristiche psicologiche, i loro comportamenti, il loro modo di relazionarsi. Di Giselle, una pietra miliare del balletto classico, egli dà una sua personalissima e quasi rivoluzionaria lettura, in cui la protagonista è una fanciulla di paese, incapace di controllare gli istinti e le emozioni, così vive senza pudori e senza riserve. Il 2° atto non è ambientato in un bosco incantato, come la Giselle ottocentesca, ma in un ospedale psichiatrico, non ci sono le vendicative Willi in tutù bianco, ma donne in camicia di forza e le anime delle Willi diventano donne ferite.
Giselle è messa di fronte ad una scelta e trova la forza di accettare la propria condizione attraverso la sofferenza delle altre donne.

Queste pazze donne è uno sguardo autentico, divertente, sensuale, brillante e disincantato sul mondo femminile dove gli uomini possono ascoltare cosa le donne dicono di loro, tra di loro. È la Vigilia di Natale e tre donne sole, tre donne come tante, tre donne piene di storie d’amore, diverse sia nel temperamento che nella vita, cercano di far luce sulla loro confusa realtà sentimentale. Gli uomini sono fuori, girano intorno a loro come satelliti di un pianeta. Linda ne ha troppi, Cristina nessuno, Barbara uno solo, il marito, che l’ha pure tradita. Scontente, arrabbiate, indecise, volitive cercano una risposta alla fatale domanda “che fare?” E la risposta bussa alla porta o per meglio dire si agita nella pancia…
Grazie alle suggestioni cinematografiche ricreate dalla scenografia e dal linguaggio, la commedia, macchina comica perfetta, si sviluppa sull’alternanza di racconto tra presente e passato, dentro e fuori, riuscendo a divertire e a far riflettere allo stesso tempo.

Il titolo di questa riscrittura della celebre commedia di Aristofane prende il nome dal dio greco della ricchezza, Pluto; il tema trattato è la diseguale distribuzione del denaro tra gli uomini, movente principale delle azioni umane oggi, come, evidentemente, 2.400 anni fa, quando fu scritta. L’ateniese Cremilo – accompagnato dal suo “tuttofare” Carione – si reca a Delfi per chiedere al celebre oracolo se è bene educare il figlio all’onestà, condannandolo quasi
certamente a un futuro da povero, oppure tirarlo su da mascalzone, con buone speranze di una vita all’insegna del benessere. Per tutta risposta, l’oracolo impone a Cremilo di seguire la prima persona che incontrerà all’uscita dal tempio. Caso vuole che i due si imbattano in uno straccione cieco, che ben presto si rivelerà essere nientemeno che Pluto, dio della ricchezza. Nella convinzione che la disomogenea distribuzione del denaro derivi dalla cecità del dio, Cremilo si offre di ridargli la vista, in modo che Pluto possa finalmente distinguere tra onesti e disonesti e premiare solo i primi. La Povertà in persona tenta di dissuaderlo, suggerendo che è proprio lo stato di necessità a spingere gli uomini a lavorare ed impegnarsi, mentre l’agiatezza, al contrario, li rende pigri e mollaccioni. Cremilo e Carione non le danno però ascolto e fanno recuperare la vista a Pluto grazie all’intervento miracoloso di un improbabile medico-santone.
Le conseguenze capovolgeranno il mondo senza risolvere minimamente il problema… La commedia, agile, divertente, graffiante, è degna del miglior Aristofane e grazie ad una rielaborazione in chiave allegorica offre esilaranti spunti di riflessione sulla situazione economica del nostro paese, del continente e del pianeta intero. Si ride fino alle lacrime!

Paralisi… ad aria condizionata.
Che fare quando ci si trova rinchiusi per giorni in una suite all’ottantesimo piano di un hotel di lusso con porta inapribile, facciata a vetri ermetici e senza che nessuno alla reception risponda alle telefonate?
Un uomo e una donna, imprigionati e prigionieri, ostaggio di un’aria condizionata, balorda e vigliacca, che ha libito di chissà quali forze oscure e maligne, eroga ora gelo siberiano ora caldo sahariano per infine quietarsi.
E’ urgente un’idea per riuscire a cavarsela prima che il cibo in scatola finisca e riduca entrambi allo stremo delle forze e della vita.
Battute al vetriolo e voli pindarici condurranno i due protagonisti al loro inevitabile destino.

boomerang

Un casale in campagna. I componenti di una famiglia bloccati a causa di una grande nevicata. Due giorni in attesa di poter celebrare il funerale del padre patriarca. Il passato che riemerge attraverso inattesi e comici scontri. Una storia che affronta temi attuali e toccanti attraverso le contraddizioni dell’essere umano. Il boomerang è un’arma da lancio usata dagli aborigeni per la caccia. Percorre una traiettoria curva e può tornare alla persona che l’ha lanciato e, per questo, rappresenta anche un “pericolo” per il lanciatore. Nei cartoni animati spesso il lanciatore deve mettersi comicamente in fuga a causa del
minaccioso ritorno. Boomerang è una commedia divertente e scorretta che prende di mira la principale istituzione della nostra società borghese: la famiglia. Tutta la vicenda si svolge durante una veglia funebre forzata e prolungata e che va a colpire gli stereotipi del perbenismo famigliare sfociando in un caos irriverente tipico della black comedy. Tutti i componenti del nucleo famigliare sono portatori di un problema che confligge con le necessità degli altri: interessi economici e sentimentali, antichi rancori, segreti vecchi e nuovi, tradimenti e bugie, affetti e insofferenze… La famiglia diventa così molto simile al paese in cui viviamo, i difetti del microcosmo sono metaforicamente estendibili a quelli della società, e l’individualismo prende il sopravvento sul bene comune. Diverse forme di corruzione nascono con un innocente pranzo tra le quattro mura domestiche e si propagano poi nel mondo del lavoro, della finanza e della politica. La famiglia opera tra le pieghe della società con la benedizione di chi la reputa sacra e inviolabile. In essa si creano percorsi in grado di consolidare la forza, il prestigio, la ricchezza e il potere. Quasi sempre però, quando tutto svanisce o crolla, le falle che si aprono, coinvolgono altri settori, altri contesti e altri interessi. Ed è in quel momento che il Boomerang ritorna e si abbatte sui protagonisti e sui loro intrighi. In quei casi allora tutto è valido e si ricorre all’uso di ogni arma a disposizione per non crollare da soli minacciando di trascinare nella caduta anche tutti coloro che hanno partecipato ai privilegi del passato.

non mi hai mai detto

Dopo vent’anni Lorella Cuccarini e Giampiero Ingrassia, la coppia straordinaria del musical Grease, torna insieme per la prima volta in uno spettacolo di prosa scritto e diretto da Gabriele Pignotta Non mi hai più detto ti amo. Una commedia ironica, intelligente, appassionante, cucita addosso a due protagonisti istrionici, esilaranti e straordinariamente affiatati.
La famiglia è ancora il cardine della società e il nostro punto di riferimento assoluto? Come si stanno evolvendo le famiglie alla luce delle trasformazioni sociali, politiche ed economiche in atto?
E’ questo il tema attualissimo sul quale nasce e si sviluppa questa sorprendente commedia, che narra la storia di una famiglia italiana contemporanea, costretta ad affrontare un cambiamento traumatico improvviso e che, alla fine di un percorso difficile ed intenso, si ritroverà completamente trasformata e più solida.

tutti i colori del bianco

Interno di uno studio. L’ambiente è asettico, tipico di una sala d’attesa qualunque, dove le persone si incontrano senza conoscersi mai. Andrea è solo nella stanza. Indossa un abito elegante, blu scuro. Legge una rivista senza avere voglia di leggere. Si accarezza spesso i capelli. Poi, riprende a muovere la mano sulla testa. Guarda l’orologio. Si apre la porta e entra una donna. È Alice. Alta, molto bella. Indossa abiti colorati e vagamente hippie, stivali dal tacco basso. Guarda Andrea, che non restituisce lo sguardo e continua a leggere. Se in quella sala d’aspetto ci fossero altri occhi a osservare, penserebbero che non esistono al mondo due persone più diverse tra loro. Due persone, un uomo e una donna. Due sconosciuti. O forse no. Sono diversi come il buio e la luce, eppure entrambi hanno dentro sia il giorno che la notte, un passato di inciampi, dolori da cancellare e misteri da risolvere. Si spostano in una casa dove da anni non entra più nessuno, perché anche loro devono scrollarsi di dosso la polvere. E, incredibilmente, anche quella casa diventa una sala d’aspetto, ad attendere l’arrivo di Pam, la giovane fidanzata di Andrea. In una notte lunga chilometri accade di tutto fino a quando sarà chiaro a ognuno che niente potrà più essere come prima. Una strana commedia, perché strana è la vita, dove tutto accade nei dialoghi e vai a sapere se è vero quel che si dice o se tutto è burla. Un gioco dove si ride molto, ma dove la paura è sempre dietro l’angolo, perché niente è come sembra e lo spettatore non può sentirsi mai al sicuro, sospeso com’è tra divertimento e dramma. Tra continui colpi di scena, si procede verso il finale. Ammesso ci sia un finale, in questo gioco di specchi che rimanda immagini del passato e schegge di futuro, ma dove il futuro a volte si nasconde come in un gioco d’infanzia e a volte taglia come lama di rasoio.

carlo e ettore

La storia La vita di una famiglia, attraverso gli ultimi 70 anni della nostra storia nazionale. Ettore, il padre: è un ex partigiano che, finita la guerra, vive ricattando gli ex fascisti, pistola alla mano. Maria, la madre: quando Ettore la incontra, nel 1946, fa la prostituta in una casa chiusa di Torino. Il loro amore, la passione di Maria per il cinema e la letteratura, le loro lotte, i loro vecchi mestieri e quelli nuovi, il loro riscatto sociale… una storia piccola e paradigmatica, però, del tentativo nella grande storia, di formare una società civile capace di un rapporto maturo con il potere politico. Che cosa resta di quel tentativo? La risposta spetta a Carlo, figlio di Ettore e Maria, la cui vicenda affonda le radici nel presente
che viviamo e nei settant’anni che lo precedono. Un intreccio di biografie di pura invenzione che lascia emergere la nascita e storia della Repubblica Italiana. Un racconto che, evocando la storia di Italia dal 1945 a oggi, intende farsi strumento di ricordo, ma anche di apprendimento, sogno, coraggio, pensiero e azione.

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